Di Carlo Franza
Milano 29 gennaio 1991

Come in pochi casi altri della pittura contemporanea, una storia umana e artistica manifesta indizi chiari per divenire una scoperta, se rapportata alla situazione
geografica di partenza, avvalorando uno “spleem” di cui spesso si parla quando si accenna al significato interiore dell’opera d’arte, della sua connessione col sostrato
psiclogico-emotivo dell’artista, e nel caso di Rota Bachì, le parole su questa dimensione intima e personalissima sarebbero sempre poche, tenendo conto che l’artista
dipinge a Bergamo in una zona effervescente per una poetica dell’immagine spinta attraverso luminosi squarci poetici.
Già Testori aveva indicato in questa schiera di artisti bergamaschi, un filtro immediato di materia, con una sostanza da cui traggono alimento colore e segno, una
sostanza ricca e multiforme, turbinosa di idee sentimenti, un dato di fatto sincero che scopre e indaga su questo giovane artista nuovo in questa compagine d’avvio.
Sarà bene seguirlo in questo sfaccettato percorso di immagine e di storia appena iniziata dopo il suo apprendistato a Brera. Partito da una immagine classica o
classicheggiante, versata su ipotesi realistiche, Rota per un segnale di ricerca che lo ha avvinto, si è incamminato verso un mezzo pittorico in cui il colore è diventato
forma, luce, ombra, massa plastica, volume, segno che trattiene in sé tutta l’energia mentale. E il dato del paesaggio e della immagine stessa è come filtrato da una
rete languinosa, ottenuta da un protocollo di inda-gini cui non ultima la cera, che lo riporta ad una chiara pittura lombarda. Chiara nel senso dello scoperto, anche se i
toni tal- volta sono più cupi o sonnolenti. Il paesaggio, la campagna lombarda, le colline, i cieli, in un impasto di verdi, di rossi, di gialli e di blu che gridano a piena
voce una ricchezza di spazi non solo fisici.
Il lavoro denso e grumoso del colore che viene sfilacciato da un minimo quasi di sciabolate conduce a risultati di notevole compattezza visiva e mantiene anche nel
risultato la freschezza della prima intuizione, la compostezza serie e greve della meditazione di poi. Talvolta una sola gamma di toni è capace di fare un quadro, di
reggere un discorso visivo privo di orpelli.
L’immagine d’insieme regge prepotentemente il campo, per sapienza di mestiere e per quella marcia in più che Rota Bachì ha.
C’è unito nella materia il segno gestuale di trascinate e allungate linee scure che danno il senso di una lettura più ritmica: segni morbidamente orizzontali, spesso
tagliati da altri segni che s’innervano su quegli spazi bianchi. L’immagine o il paesaggio spesso non hanno bisogno di apparire in tutta la loro corposità, ecco allora
che il pittore vi giustappone dinnanzi una materia filtrante che è poi luce, d’un ritmo veloce, spaziale, che assolve nel turbinio della festa dei toni, alla decifrazione
dell’universo, che è proprio tutto lì, proprio negli spazi dipinti da Rota, con una sensibilità non comune. È su questa sensibilità, di filtrate immagini e colore che vorrei
insistere, per captare e chiarire una volta per tutte la dialettica tra l’ansia conoscitiva del reale e il corpo a corpo di una introspezione, capace di giungere alle più
segrete emozioni dell’essere.
Finalmente un’artista che ha capito che non basta porsi con le tele e pennello dinnanzi a una natura morta ed al paesaggio, occorre come ha fatto Rota Bachì,
partire dall’interno per tirar via la patina e filtrare le linee di forza della costruzione. Si potrà affermare con veemenza trattarsi di un bel naturalismo informale, quasi di
ispirazione morlottiana, attraverso una sequenza di passaggi cromatici dalla profonda poesia.
Talvolta giunge a un lirismo contemplativo, astratto, basato su un colorismo luminoso, il suo è un itinerario che parte da un microcosmo umano e tende verso
l’infinito, ma non dimentica il quotidiano, anzi vi trova vita partecipata, una immersione totale. Oggi questa pittura si giustifica nell’attuale stagione d’arte
contemporanea, perché Rota Bachì ha soprattutto capito il senso della nuova pittura, avida di contenuti emozionali.

Milano 29 gennaio 1991